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Chiesi al dottore di lasciarmi solo con mio padre, o di lasciarci soli, lui e io, per quanto era possibile nel trambusto del pronto soccorso. Mentre, là seduto, lo guardavo lottare per continuare a vivere, cercai di concentrarmi su quello che il tumore gli aveva già fatto. Non era difficile, dal momento che, là disteso su quella lettiga, sembrava uno che avesse già combattuto per cento riprese contro Joe Louis. Pensai alle sofferenze che sarebbero venute, di sicuro, se avessero potuto tenerlo in vita con un respiratore. Vidi ogni cosa, e tuttavia dovetti stare là seduto molto a lungo prima di chinarmi il più possibile su di lui e, accostando le labbra al suo volto scavato e pesto, trovare finalmente il coraggio di sussurrare: - Papà, devo lasciarti andare -. Era privo di sensi da parecchie ore e non mi poteva sentire, ma, scosso, sorpreso e piangente, glielo ripetei più volte, fino a crederci io stesso. Dopodiché, non potei fare altro che seguire la lettiga fino alla stanza dove lo collocarono e sedermi al suo capezzale. Morire è un lavoro e lui era un gran lavoratore. Morire è orribile e mio padre stava morendo. Gli tenni la mano, che almeno sembrava ancora la sua mano; gli carezzai la fronte, che almeno sembrava ancora la sua fronte; e gli dissi cose di ogni genere che non era più in grado di sentire. Per fortuna, di ciò che gli dissi quel mattino non c’era nulla che non sapesse già.
Philip Roth
Patrimonio - Una storia vera
(avevo dieci anni, accesi la tv dopo pranzo per vedere il Giro d’Italia, precipitai come tutto il paese nell’angosciosa diretta fiume, un po’ a colori un po’ in bianco e nero se non sbaglio, la Rai non aveva completato la transizione al colore. Per tutto il mese seguente, in segno di lutto, la tv non trasmise più programmi leggeri, forse nemmeno Goldrake)
Si sentiva come un morto, animato solo dalla consuetudine di una volontà indefessa.
John Williams, “Stoner”